
Bes
Bs, in egizio
per niente paurosa
Bes non aveva grandi templi, ma era un dio molto popolare nelle case degli Egizi. Era piccolo e robusto, con una criniera di leone, la barba, la lingua fuori e una smorfia buffa e feroce insieme. Quella faccia serviva a spaventare i serpenti, gli scorpioni e gli spiriti cattivi. Bes proteggeva i bambini, le mamme che stavano per partorire e il sonno di tutti: lo si dipingeva su letti, poggiatesta, specchi e amuleti. Spesso lo raffiguravano mentre ballava suonando un tamburello.
Lo sai che… secondo alcuni studiosi il nome dell'isola di Ibiza viene dai Fenici e vuol dire «isola di Bes».
La storia
Nella casa c'era una donna che aspettava un bambino, e quella notte era la notte giusta.
Lo sapevano tutti. La levatrice aveva portato i panni puliti e l'acqua calda. La madre della donna aveva acceso una lampada piccola, di quelle che fanno poco fumo. Il marito era stato mandato fuori, a camminare nel cortile, perché non faceva altro che inciampare nei cesti.
Sulla parete di fronte al letto, dipinto con colori un po' sbiaditi, c'era Bes.
Bes non era un dio bello. Era basso, quasi quadrato, con le gambe storte e le braccia robuste, e sulla faccia aveva una criniera da leone, una barba folta, e una lingua lunga lunga tirata fuori in una smorfia. Nelle case lo dipingevano ovunque: sul letto, sul poggiatesta, sullo specchio. I templi grandi non gli davano molto posto. Ma nessuna casa, in Egitto, avrebbe fatto a meno di lui.
La donna lo guardò, tra una fitta e l'altra.
«Fai bene il tuo lavoro, hai capito?» sussurrò. «Stanotte più che mai.»
Sulla parete, Bes non si mosse. Ma la smorfia sembrò un po' più larga.
Verso mezzanotte, nella casa, entrò il silenzio.
Non era il silenzio buono della notte. Era un silenzio che arrivava da fuori, dalle fessure della porta e dal buco del tetto, un silenzio con la forma di qualcuno che si muove piano per non farsi sentire.
Per primo arrivò lo scorpione.
Era nero e lucido, grande come una mano, e camminava sul pavimento con la coda alta, un passo, poi un altro, verso il letto. La levatrice non lo vide. La madre nemmeno. Stavano tutte guardando la donna.
Dietro lo scorpione entrò il serpente.
Entrò dal muro, dove i mattoni di fango non combaciavano bene. Si stese sul pavimento, lungo e sottile, con la lingua che assaggiava l'aria, e puntò verso la culla di vimini preparata in un angolo, ancora vuota. Poi, alle sue spalle, qualcosa di più freddo del serpente entrò dalla finestra. Non aveva una faccia e non aveva un corpo. Era soltanto un'ombra con le dita lunghe, di quelle che si avvicinano ai bambini appena nati per farli piangere senza motivo.
La lampada tremò.
Fu allora che, sulla parete, Bes chiuse gli occhi un istante, come uno che fa un respiro profondo prima di tuffarsi.
Poi saltò giù.
Fece rumore. Fece un rumore bellissimo: un tum, e un altro tum, e poi un sonaglio, perché in mano aveva un tamburello e se lo era portato dietro. Atterrò sul pavimento a gambe larghe, con la criniera dritta, e urlò.
Non era un urlo da guerriero. Era un urlo da pagliaccio, da cantastorie in piazza, da uno che entra in una stanza dicendo: «Eccomi, ci sono io, e state tutti per passare un brutto quarto d'ora!»
Mostrò i denti. Tirò fuori la lingua fino al mento. Strabuzzò gli occhi. Fece tremare le guance. Fece una smorfia così brutta che lo scorpione, che non aveva mai avuto paura di niente, si fermò con la coda a mezz'aria.
«Tu», disse Bes, e gli puntò un dito grosso come una pigna. «Qui no. Qui ci sono mamme che lavorano.»
Lo scorpione abbassò la coda, fece mezzo giro e se ne tornò verso la fessura il più in fretta possibile.
Il serpente, invece, era più orgoglioso. Alzò la testa fino all'altezza delle ginocchia di Bes e sibilò. Il dio, per tutta risposta, cominciò a ballare.
Cominciò con un passo pesante, un pestone, e il tamburello fece tum. Poi un altro pestone, tum, e un salto, e un giro su se stesso con le braccia in aria. Il serpente lo seguiva con gli occhi, a destra, a sinistra, e più lo seguiva più gli girava la testa. Dopo il decimo giro, si ritrovò attorcigliato su se stesso, confuso, con gli occhi che gli giravano. Si sciolse come poté, e filò via dal buco da cui era venuto.
Restava l'ombra.
L'ombra non aveva paura delle smorfie. L'ombra non aveva paura del ballo. Si avvicinò alla culla, lenta, con le sue dita lunghe, e per la prima volta Bes smise di fare il buffone.
Si piantò davanti alla culla. Stette zitto. Poi disse, con una voce molto più piccola di quella di prima:
«Questa la conosco. Ne ho scacciate cento, e altre mille. Non è cattiva: ha solo freddo, e non sa dove stare.»
E senza smettere di guardarla, cominciò a cantare. Non una canzone vera. Una ninna nanna sgangherata, con le parole sbagliate e il ritmo che balla, di quelle che le madri cantano quando sono stanche e non si ricordano il testo. La cantava piano, battendo appena il tamburello, e l'ombra, a poco a poco, cominciò a diventare più sottile. Come se il suono la sciogliesse. Sempre più sottile, sempre più sbiadita, finché non fu altro che una macchia di fumo sul soffitto.
Poi niente.
Dalla finestra entrò l'aria fresca del mattino.
E nello stesso momento, dal letto, si sentì un pianto.
Un pianto piccolo, forte, vivo. La levatrice rise, la madre della donna rise, e il padre, fuori nel cortile, sentì quel pianto e si sedette per terra senza dire niente, perché le gambe non lo reggevano più.
«È una bambina», disse qualcuno.
La donna la prese tra le braccia. Era piccola, rossa, bagnata. E mentre la guardava, senza sapere bene perché, alzò gli occhi verso la parete.
Bes era tornato al suo posto. Dipinto di nuovo, con i colori un po' sbiaditi, la lingua fuori e la criniera arruffata. Ma una cosa era cambiata. La sua faccia sembrava un po' stanca. E lo era, sicuramente. Nessuno aveva mai chiesto a Bes se gli andasse. Era il suo mestiere, e basta.
«Grazie», disse la donna, a bassa voce.
Quando la bambina compì un mese, la madre fece una cosa. Prese un pennello e un po' di colore, e dipinse un Bes minuscolo sul poggiatesta di legno su cui la figlia avrebbe dormito: una piccola faccia buffa, con la lingua fuori, a guardia dei sogni.
Nelle case degli Egizi si faceva così.
Perché il dio più bello può restare nei templi, a ricevere offerte d'oro. Ma ci sono notti in cui serve qualcuno che sappia fare una smorfia terribile e ballare con il tamburello, e che non si vergogni di niente.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Véronique Dasen, «Dwarfs in Ancient Egypt and Greece», Oxford University Press (1993)
- Geraldine Pinch, «Egyptian Mythology», Oxford University Press (2004)
