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Un imperatore con la barba e una corona con fili di perle, seduto su un trono tra le nuvole con tanti animali davanti

sovrano del cieloil palazzo del cielo · mitologia cinese

L'Imperatore di Giada

玉皇大帝, in cinese

per niente paurosa

Nella religione popolare cinese e nel taoismo, l'Imperatore di Giada è il sovrano del cielo. La sua corte funziona come quella di un imperatore sulla terra, con ministri, generali e impiegati celesti che tengono i registri di tutto. Lo racconta anche il romanzo «Viaggio in Occidente»: il Re Scimmia, Sun Wukong, viene accolto nella corte celeste e messo a custodire le scuderie, ma si ribella e ottiene il titolo di «Grande Saggio Pari al Cielo». L'Imperatore manda contro di lui l'esercito celeste, e la ribellione finisce solo con una scommessa persa davanti al Buddha.

Lo sai che… nel «Viaggio in Occidente» il Re Scimmia mangia le pesche del giardino della Regina Madre e ruba le pillole di Laozi, prima di essere fermato.

La storia

Nel palazzo di giada, in cima al cielo, ogni giorno comincia con un registro.

Ne esistono migliaia. Grandi libri rilegati in seta, ciascuno custodito da un funzionario con le maniche lunghe e il pennello dietro l'orecchio. In uno è scritto quante gocce di pioggia devono cadere su ogni valle. In un altro, quanti anni ha vissuto ciascun uomo e quanti gliene restano. Il Signore del Tuono, il Dio dei Venti e gli altri ministri vengono ogni mattina a inchinarsi davanti al trono e a riferire, e l'Imperatore di Giada li ascolta, quasi sempre senza parlare.

Governare il cielo, per lui, era una questione di pazienza.

Per questo ci mise un po' ad accorgersi del Re Scimmia.

Veniva da una montagna sulla terra, dove era nato da una pietra e aveva imparato, da un maestro, l'arte di non morire e di volare sulle nuvole. Si chiamava Sun Wukong. Non rispettava nessuno: aveva preso con la forza un bastone di ferro che si allungava e accorciava a suo piacere, e minacciava chiunque gli capitasse a tiro. «Maestà, c'è un problema. Sulla terra.»

«Che problema?»

«Una scimmia.»

L'Imperatore non si agitò. Ascoltò, e fu la Stella di Venere, un vecchio ministro dai capelli bianchi, a suggerire la soluzione. «Se lo invitiamo in cielo e gli diamo un incarico, ci obbedirà. Se lo lasciamo sulla terra, continuerà a fare danni.»

Così il Re Scimmia salì in cielo, e fu accolto con tutti gli onori. Gli diedero un posto: custode delle scuderie celesti. Aveva cura dei cavalli, li sfamava, li lavava, li pettinava. Lui, felicissimo, lo fece per mezzo mese, finché non domandò a un collega:

«Che grado è questo, il mio?»

«Non è un grado», rispose il collega, imbarazzato. «È un incarico. Il più piccolo di tutti.»

La Scimmia buttò il pettine e tornò sulla sua montagna, gridando a tutti che si proclamava «Grande Saggio Pari al Cielo».

L'Imperatore, a quel punto, mandò l'esercito. Il comandante, un Re celeste che portava sempre una pagoda d'oro in mano, tornò con la faccia lunga: i suoi soldati erano stati battuti, uno dopo l'altro, da un'unica scimmia con un bastone.

«Che cosa propone?» chiese l'Imperatore.

La Stella di Venere si inchinò. «Dategli il titolo che chiede. È soltanto un titolo, senza potere. Ma lo terrà buono.»

E perché non restasse in ozio, gli affidarono il giardino delle pesche.

L'Imperatore accettò. E per qualche tempo il cielo respirò.

Poi venne il banchetto.

Ogni anno la Regina Madre dell'Occidente dava una festa, dove si servivano le pesche dell'immortalità, che maturavano una volta ogni migliaia di anni. Il Grande Saggio, che pure custodiva quel giardino, non era stato invitato. Se ne accorse da solo, e tra i rami assaggiò una pesca, poi un'altra, poi tutte quelle che trovò sui rami. Poi bevve il vino dei banchetti. Poi, passando davanti alla casa di Laozi, il vecchio saggio, entrò e inghiottì le pillole d'immortalità che lui aveva preparato con fatica in anni e anni.

Quando i ministri scoprirono il disastro, il Re Scimmia era già in fuga, ubriaco di vino, più immortale di quanto nessuno avrebbe potuto sopportare.

Stavolta l'Imperatore di Giada non aspettò. Mandò centomila soldati celesti, con le bandiere e i tamburi. Il combattimento durò un giorno, poi due. Il Re Scimmia si trasformava in uccello, in pesce, in tempio, in qualsiasi cosa, e ogni volta lo riconoscevano. Alla fine fu preso da Erlang Shen, un guerriero con un terzo occhio in mezzo alla fronte che vedeva oltre ogni trasformazione, accompagnato da un cane celeste.

Lo portarono davanti all'Imperatore, legato.

«Giustiziatelo», dissero i ministri.

Provarono. Non servì a nulla: le scuri si spezzavano, il fuoco non lo bruciava, il fulmine gli faceva il solletico. Per le pesche e le pillole che aveva ingoiato era diventato quasi impossibile da uccidere. Allora Laozi propose: «Datemelo. Lo metto nella mia fornace, e lo cuocio finché le pillole non si dissolvono.»

Per quarantanove giorni il fuoco arse sotto la fornace. Quando Laozi la aprì, il Re Scimmia saltò fuori più vivo di prima, con gli occhi che brillavano come oro. Il fumo gli aveva soltanto cambiato la vista. Prese il bastone e si buttò dentro il palazzo, e nessuno riuscì più a fermarlo. Rovesciò tavoli, spaccò colonne, mise in fuga ministri e generali. L'Imperatore di Giada, seduto sul trono, non si alzò. Non gridò. Per la prima volta in tanti secoli si guardò intorno, e vide la sala vuota.

«Chiamate il Buddha», disse.

Il Buddha arrivò, tranquillo, e si fermò davanti al Re Scimmia, che gli puntò contro il bastone.

«Che cosa sai fare, tu, per pretendere il trono del cielo?»

«Io so fare settantadue trasformazioni», disse la Scimmia. «E con un salto percorro centottomila li.»

«Allora facciamo una scommessa», disse il Buddha. Aprì la mano. «Se riesci a saltare fuori dal mio palmo, il trono è tuo. Se non ci riesci, torni sulla terra e smetti di far danni.»

Il Re Scimmia rise. Saltò. Volò per un tempo lunghissimo, finché non vide in fondo allo spazio cinque grandi colonne rosa, e pensò che fosse il confine del mondo. Per sicurezza scrisse il suo nome su una di esse, e per ridere ci fece anche un'impronta bagnata. Poi tornò.

«Ho vinto», disse. «Sono stato in fondo al cielo.»

«Guarda meglio», disse il Buddha.

Sul dito medio della mano aperta, scritto con la sua calligrafia, c'era il nome del Re Scimmia. E ai piedi del dito, l'impronta bagnata del suo scherzo.

Non ebbe il tempo di scappare. La mano si chiuse, diventò una montagna, e il Re Scimmia vi restò sotto per cinquecento anni.

In cielo si fece una gran festa, per ringraziare il Buddha. L'Imperatore di Giada ordinò il banchetto più bello che ricordasse. Seduto al suo posto, vide ritornare i funzionari, uno dopo l'altro, con i registri sotto il braccio e le maniche un po' stropicciate.

Quella sera, quando tutto fu in ordine, volle controllare. Aprì il registro e cercò il nome della scimmia. Non c'era più la sua pagina. Soltanto, in fondo a una colonna, qualcuno aveva aggiunto con inchiostro fresco una sola riga: cinquecento anni.

L'Imperatore di Giada la lesse, e per un istante gli sembrò quasi di sorridere. Poi chiuse il libro, perché il giorno dopo ne sarebbe cominciato un altro.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • Wu Cheng'en, «Il viaggio in Occidente» (XVI secolo)
  • Lihui Yang e Deming An, «Handbook of Chinese Mythology», ABC-CLIO (2005)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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