
Ptah
Ptḥ, in egizio
per niente paurosa
Ptah era il grande dio di Menfi, l'antica capitale dell'Egitto, protettore degli artigiani, degli scultori e degli architetti. Lo rappresentavano come un uomo avvolto in un mantello stretto, con una calotta in testa e uno scettro in mano. A Menfi si raccontava che fosse stato lui a creare il mondo, in un modo tutto speciale: prima pensò ogni cosa nel suo cuore, poi la pronunciò con la lingua, e quello che diceva prendeva vita. Nella Pietra di Shabaka, un'antica iscrizione, perfino gli altri dèi nascono dal suo cuore e dalla sua lingua.
Lo sai che… secondo molti studiosi il nome «Egitto» viene da Hut-ka-Ptah, «la casa dello spirito di Ptah», il suo grande tempio di Menfi.
La storia
Quando il re Shabaka arrivò a Menfi, circa settecentodieci anni prima della nascita di Cristo, nessuno gli aveva detto che nel tempio di Ptah c'era un tesoro che si stava mangiando da solo.
Shabaka era un re venuto dal Sud, dalla Nubia, e governava l'Egitto. Voleva vedere con i suoi occhi la città più antica, la grande Menfi, con le mura bianche e i templi pieni di statue. Per le strade si sentiva dappertutto lo stesso suono: martelli, scalpelli, seghe, il battere dei fabbri e dei vasai. Menfi era la città di chi lavorava con le mani. Il sacerdote più anziano lo accompagnò nella casa di Ptah e, dopo una lunga scala, in una stanza bassa e fresca, dove si conservavano i rotoli di papiro.
«Qui c'è un'opera degli antichi», disse il vecchio. «Dicono che sia la più importante del tempio. Nessuno la legge più.»
Il re prese il rotolo con tutte e due le mani. Era secco come una foglia d'autunno. Lo aprì con le dita, con infinita cura, e il papiro si sbriciolò in un angolo. Vide righe di segni sottili, ordinati, poi vide dei buchi. Minuscoli, rotondi, a centinaia. I vermi avevano mangiato intere parole.
«Da quanto?» chiese.
«Da molto. Nessuno sa dire da quando.»
Shabaka rimase in silenzio. Capiva che cosa significava. Un'opera degli antenati non si può mettere in un angolo e lasciare che sparisca. Se la parola muore, muore anche quello che dice.
«Copiatelo», ordinò. «Di nuovo. Su una pietra, in modo che duri.»
Fu scelto un blocco di pietra nera, alto e pesante. Il vecchio sacerdote lesse ad alta voce il testo, pezzo per pezzo, e lo scriba lo trascrisse, a volte indovinando i vuoti con la memoria. In alcuni punti, dove il verme aveva mangiato troppo, c'erano soltanto spazi vuoti e lo scriba, dubbioso, li lasciava così.
«E questi buchi?» chiese il re, una sera, passando a controllare. «Non si possono riempire?»
«Con che cosa, maestà?» rispose il vecchio. «Se inventiamo, non sarà più la loro voce, ma la nostra. Meglio un vuoto onesto che una parola falsa.»
Il re annuì, e non chiese altro.
Sulla pietra, dopo di lui, lavorò uno scalpellino.
Era un uomo giovane, con le mani segnate dalla polvere, e non sapeva leggere tutto quello che incideva. Seguiva con lo scalpello i segni disegnati dallo scriba, uno per uno, con il fiato trattenuto, come si fa quando si porta un bicchiere pieno. Ma una sera, il vecchio sacerdote si fermò dietro di lui, a guardare, e cominciò a leggere ad alta voce quello che stava nascendo.
«Ptah era il più grande», disse. «Prima che esistesse qualsiasi cosa, c'era lui. E volle fare il mondo.»
Lo scalpellino alzò la testa. Conosceva bene Ptah: era la sua statua, nel tempio. Un uomo avvolto in un mantello stretto come una mummia, con una calotta in testa e uno scettro in mano, e un'espressione calma come l'acqua senza vento. Ma non aveva mai sentito come aveva fatto il mondo.
«Non lo fece con le mani», continuò il vecchio. «Non lo scolpì, né lo modellò. Pensò.»
«Pensò?»
«Nel cuore. Perché per gli Egizi il pensiero non stava nella testa, stava nel cuore. Ptah pensò ogni cosa: il cielo, la terra, i fiumi, gli dèi, il nome di ogni cosa. Era tutto lì, dentro, fermo e muto, come una pietra ancora dentro la roccia. Ma un pensiero chiuso nel cuore non esiste per nessuno. Allora Ptah usò la lingua.»
«E parlò.»
«E parlò. Ogni parola che usciva dalla sua bocca era una cosa che nasceva. Nominò gli dèi, e gli dèi comparvero. Nominò le città, e le città si alzarono dal suolo. I nove dèi più antichi, dice il testo, sono i denti e le labbra di quella bocca, che ha dato il nome a ogni cosa. Horus fu il cuore. Thot fu la lingua. E gli occhi vedono, e le orecchie ascoltano, e il naso respira, ma tutto quello che arriva loro lo porta al cuore, e il cuore decide, e la lingua lo dice.»
Lo scalpellino guardò lo scalpello che aveva in mano. Pensò a quante volte aveva visto un blocco di pietra e già, dentro, la forma di un toro, o di un re, che aspettava. Prima nella testa, poi nella mano. Sapeva che non era la stessa cosa, ma gli sembrava vicina.
«E quando ebbe finito?» chiese.
«Si riposò», disse il vecchio. «Così dice il testo. Ptah si riposò, perché tutto era fatto, e perché tutto quello che era stato detto lo soddisfaceva.»
Il giovane riprese a lavorare, più piano. I segni gli sembravano diversi, adesso. Ogni linea scavata nella pietra era una parola che non avrebbe più avuto il verme.
Lo scalpellino finì l'ultima riga a primavera. Su quella pietra nera c'erano ormai tutte le parole che si potevano salvare, e nei posti dove il papiro era troppo rovinato, la pietra era rimasta piena di lacune, come una bocca a cui mancano i denti. Il re venne a vedere. Passò la mano sulla superficie, lungo le righe fredde, senza dire niente.
Poi passarono i secoli. La pietra fu spostata, dimenticata, e a un certo punto qualcuno la usò come macina da grano, e i giri della mola cancellarono una parte delle parole. Ma non tutte. Quel che resta si può ancora leggere in un museo di Londra.
E Menfi, la città di Ptah, aveva un altro nome che i Greci sentirono e storpiarono: Hut-ka-Ptah, la casa dello spirito di Ptah. Dicono molti studiosi che da quel suono, passando di lingua in lingua, sia nato il nome di tutta la terra: Egitto.
Ptah, si dice, aveva creato il mondo dicendolo. Un re e uno scalpellino, con un blocco di pietra nera, avevano provato a fare la stessa cosa in piccolo: salvare delle parole, perché finché qualcuno le legge, esistono ancora.
Parenti nel mondo
Ascolta / Leggi anche
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Fonti
- «Pietra di Shabaka», British Museum (circa 710 a.C.)
- Miriam Lichtheim, «Ancient Egyptian Literature», vol. I, University of California Press (1973)
