
Hathor
Ḥwt-Ḥr, «la casa di Horus»
per niente paurosa
Hathor era la dea dell'amore, della musica, della danza e della gioia. La rappresentavano come una mucca, oppure come una donna con le corna di mucca e il disco del sole in mezzo. Le sue feste erano piene di canti e di suoni: i musicisti agitavano il sistro, uno strumento che tintinnava come un sonaglio. Proteggeva le donne, le madri e anche i minatori che scavavano il turchese nel deserto del Sinai, dove la chiamavano «signora del turchese». Il suo tempio più bello è a Dendera.
Lo sai che… dal soffitto del tempio di Dendera fu staccato nel 1821 un grande zodiaco di pietra: oggi si trova al Louvre di Parigi.
La storia
A Dendera, il giorno in cui cominciava l'anno nuovo, si sentiva il tempio prima di vederlo.
Era un tintinnio. Centinaia di sistri agitati insieme: manici di legno con un telaio e delle sbarrette di metallo che sonagliavano, e il rumore era quello di una pioggia fine su un tetto di bronzo. Sotto il tintinnio c'erano i tamburi, i flauti, le mani che battevano il ritmo, e le voci di donne e di bambini che cantavano la stessa canzone con parole diverse.
Era la festa di Hathor.
Le colonne del tempio avevano la sua faccia: un viso di donna, calmo, con le orecchie da mucca, scolpito in alto sulle pietre. Dentro, la dea aspettava nella penombra, come una donna con le corna di mucca e il disco del sole in mezzo, e come una mucca vera, che nutre il re con il suo latte e dà il suo calore al mondo. Era la dea dell'amore e della gioia, e proteggeva le donne, le madri, i bambini piccoli.
In prima fila, quel giorno, c'era una donna con una bambina. Agitava il sistro con un'attenzione che non era quella delle altre. Nella casa di lei mancava qualcuno.
Suo figlio era partito in primavera. Aveva quattordici anni e un carattere dolce, e non l'avevano voluto lasciar andare. Ma la squadra partiva per il deserto del Sinai, alle miniere di turchese, e un ragazzo agile che sapeva scendere in spazi stretti valeva più di un uomo grande. Erano partiti in trenta, con asini carichi di pane, di cipolle e di otri d'acqua, e avevano seguito il fiume e poi la strada del deserto, giorno dopo giorno, fino a un paese di rocce dove l'acqua si portava a spalla. Da allora non c'erano state notizie.
La donna non diceva nulla. Ma, ogni sera, agitava il sistro nella stanza, come se la musica potesse arrivare fin laggiù.
Il ragazzo, nel Sinai, quella sera non l'aveva sentita. Ma qualcosa gli era arrivato.
Dove lavorava, il mondo era di roccia gialla e di sole. Non cresceva niente, non c'era un uccello, e il vento che veniva da nord portava sabbia nella bocca. Di giorno la montagna scottava, di notte gelava. Il ragazzo scendeva in una galleria stretta, strisciando, con una lampada di grasso e un martello di pietra, e tastava le pareti per trovare la striscia che i capi chiamavano mefkat: il turchese, la pietra del colore dell'acqua che si vede in lontananza. Là sotto il tempo non passava: si lavorava finché la lampada non si spegneva, e poi si risaliva a tastoni verso un cerchio di luce.
Non l'aveva ancora trovata. Dopo quattro mesi i suoi compagni avevano portato su pietre grigie, sassi senza valore, e il capo-squadra, un vecchio magro con una gamba storta, cominciava a non dire più nulla.
Quella mattina il ragazzo si sentì male. La polvere gli aveva riempito il petto, e la galleria gli sembrò più stretta del solito. Uscì all'aria e si sedette per terra, con la testa fra le ginocchia.
Il vecchio gli si sedette accanto.
«Hai paura?» chiese.
«Sì.»
«Anche io, i primi anni.» Il vecchio guardò il cielo. «Vieni, ti faccio vedere una cosa.»
In cima alla cresta, dove il vento fischiava, c'era un piccolo santuario di pietra, con un cortile e delle stele, e dentro la figura di una donna con le corna di mucca. Era un posto antico. Sulla pietra, graffiati da gente passata prima di loro, c'erano dei nomi, e delle preghiere, e un segno sempre uguale: quello del turchese.
«È la sua casa», disse il vecchio. «Qui la chiamiamo Signora del turchese. Nel deserto non c'è nessun'altra che si occupi di noi.»
Tirò fuori da una sacca di cuoio un piccolo sistro, vecchio, con una sbarretta storta, e lo scosse una volta, piano.
Il suono fu minuscolo, nell'immensità del deserto. Ma al ragazzo sembrò di colpo che il vento avesse smesso di essere solo vento. Pensò a sua madre, e a un tintinnio che ricordava da quando era bambino, e gli occhi gli si riempirono.
«Canta qualcosa», disse il vecchio.
«Non so le parole.»
«Nessuno le sa. Inventa.»
Il ragazzo cantò. Stonato, e a voce bassa. Cantò la sua casa, il fiume, il tetto, un gatto che gli piaceva. Il vecchio batté il tempo con il piede, e il sistro tintinnò, e a poco a poco il petto del ragazzo si fece più largo. Quando smisero, tutti e due stavano ridendo senza sapere di cosa.
Lasciarono una pietruzza grigia sull'altare, che era tutto quello che avevano.
Il giorno dopo il ragazzo scese di nuovo in galleria. Non cercava più nulla, tastava soltanto la parete mentre canticchiava. Con la mano sinistra sentì sotto le dita una venatura liscia, fredda, diversa dalla roccia. Avvicinò la lampada.
Brillava. Era verde e azzurra insieme, come il Nilo visto da una barca.
Gridò così forte che i compagni, fuori, pensarono che fosse crollato il tetto.
La squadra tornò a casa all'inizio dell'estate, con le sacche piene, e a Dendera ci fu una piccola festa per loro. Il ragazzo era più magro, bruciato dal sole, con un modo nuovo di guardarsi intorno. Sua madre lo guardò a lungo prima di dire una sola parola.
Poi si portò le mani agli occhi, e rise, e pianse insieme.
«Hai suonato?» chiese lui, più tardi, quando gli occhi della madre si furono asciugati.
«Ogni sera.»
«Io ho cantato.»
Nessuno dei due volle sapere chi avesse sentito chi.
L'anno dopo, il giorno della festa di Hathor, fra le centinaia di donne che agitavano i sistri a Dendera, ce n'era una con una perlina al collo. Una piccola perlina, blu e verde come l'acqua lontana. Suonava forte e stonata, e accanto a lei un ragazzo, che ormai non cantava più sottovoce, batteva il tempo con il piede.
Sulle colonne, in alto, la dea guardava tutti con il suo viso tranquillo e le orecchie di mucca. Dicono che non perdesse una nota.
Parenti nel mondo
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Fonti
- «Libro della Vacca Celeste», tombe della Valle dei Re
- Geraldine Pinch, «Egyptian Mythology», Oxford University Press (2004)
